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Still video ® Fatima Bianchi

Inaugurazione 04 settembre 2015

GlogauAIR

Glogauer St. 16, Berlin


C’è un’immagine che più di altre sintetizza la terza edizione di Case Sparse. Non è una fotografia ad alta definizione ma lo still da video di un documentario girato nel primo fine settimana di residenza, durante un laboratorio sonoro a cielo aperto.
Dieci persone, sparse su una collina d’erba, provano a suonare, in solitaria, alcuni oggetti. Ognuna è isolata e concentrata sulla propria azione, eppure in naturale relazione con gli altri e con il paesaggio.

Maybe We Are the Waves, titolo che accompagna la mostra di fine residenza a Berlino, negli spazi di GlogauAIR, a settembre 2015, nasce a partire da questo fermo immagine. Centro del progetto espositivo, messo a fuoco gradualmente durante le due settimane in Valle Camonica, è una pubblicazione di grandi dimensioni, un giornale-manifesto senza rilegatura, che può essere sfogliato in modo lineare oppure scompaginato. Gli artisti in residenza sono invitati a concepire dei visual appositamente per il formato, connessi alle opere realizzate a Malonno e installate nel parco di arte-natura, in un’area dedicata accanto al fiume Oglio. I visual sono, al tempo stesso, traccia e amplificazione delle opere e occupano, singolarmente, lo spazio di una doppia pagina. Youki Hirakawa e Stefano Serretta privilegiano la fotografia, restituendo al lettore due frammenti del paesaggio mentre Francesca Damiano e Monica Carrera optano per la trasposizione su carta di un lavoro materico, rispettivamente un frottage con grafite e un collage fotografico-pittorico.
Quattro lunghe conversazioni, costruite via via nel corso di Case Sparse, e una costellazione di fotografie e still da video documentativi ispessiscono il contenuto del giornale. Ogni conversazione, frutto di una corrispondenza scritta quotidiana e privata tra curatore e singoli artisti nell’ambito di un esperienza comunitaria, è una chiave di accesso alla ricerca e poetica di ognuno e ne illumina i temi salienti.
La messa a punto della pubblicazione ha attivato, fin da subito, una serie di riflessioni sulle peculiarità e potenzialità del progetto cartaceo. Si è scelto di stamparne una sola copia, dedicando molta cura al layout grafico, alla scelta della carta e al processo di stampa. La copia unica è concepita come una mostra itinerante che può essere facilmente spedita e ospitata in librerie e spazi per la ricerca e produzione artistica contemporanea, come è avvenuto con Archive Kabinett a Berlino durante Berlin Art Week.
Parallelamente, è tradotta in versione digitale, generando un QR code per una fruizione privata e immediata.
Durante l’inaugurazione della mostra da GlogauAIR la pubblicazione è appoggiata su un ampio tavolo bianco, collocato nella sala centrale dello spazio espositivo, ed è sfogliata, con naturalezza, da un performer.
La prima e l’ultima stanza, comunicanti con l’ambiente centrale attraverso due grandi aperture, sono concepite come prefazione e postfazione.

Maybe We Are the Waves si apre con quattro piccole opere a parete, disposte sullo stesso orizzonte visivo e vicine tra loro, prodotte dagli artisti per la mostra. Sono dispositivi concepiti come introduzione alla pubblicazione, legati a doppio laccio con le opere ambientali di Malonno e i visual su carta.
Monica Carrera introduce un collage che svela la sua indagine sul tema delle migrazioni dalla Valle Camonica. A partire da alcune fotografie di Malonnesi emigrati ritaglia e isola le figure dal luogo dello scatto e le ricolloca su fondali esotici dipinti a mano in cui i colori sono saturi e le proporzioni alterate. L’artista dà corpo alle fantasie di chi resta e vede gli altri partire verso territori lontani e misteriosi.
Youki Hirakawa, interessato alla relazione tra visibile e invisibile, presenta un collage litografico in bianco e nero, che raffigura un gruppo di alberi con il tronco tagliato, privi di radici. Attraverso il capovolgimento dell’opera, l’artista capovolge anche lo sguardo e i monconi, che affiorano in superficie, continuano, idealmente, a vivere e crescere sottoterra attraverso i rami.
Francesca Damiano mostra due elementi nati durante la progettazione della sua opera site-specific: un frottage grafite su carta e un breve video in stop motion. Entrambi rivelano la dimensione fisica del lavoro dell’artista che affronta il fiume, tema della terza edizione di Case Sparse, realizzando un lungo tavolo in legno di larice che riproduce fedelmente la forma dell’Oglio, nel tratto che passa per Malonno. Frottage e video in mostra non costituiscono il making of dell’opera ma sono elementi vivi del discorso.
Stefano Serretta introduce tre fotografie realizzate nei giorni di residenza, durante un’esplorazione del territorio, alla ricerca di un paesaggio meno prevedibile, più contaminato. Le immagini mostrano un’area abbandonata, in prossimità di una ex fabbrica di smaltimento di rifiuti. In particolare, l’artista documenta cumuli di sostanze nocive coperti da grandi teli di plastica, scalati e calpestati per poterne restituire visivamente l’estensione e la portata.
La terza sala, che chiude il percorso espositivo, riunisce in un unico, grande, punto proiezione i quattro documentari realizzati dalla film-maker Fatima Bianchi durante la residenza, uno per ogni artista coinvolto, che raccontano, attraverso il filtro e la sensibilità dell’autrice, i singoli percorsi artistici e le installazioni ambientali. Un quinto documentario, in loop su monitor con cuffie, è relativo al laboratorio sonoro condotto dal trio di sound designer Tilde, dal quale è estratto il fermo immagine che sintetizza l’intera esperienza.
Maybe We Are the Waves, nella sua semplicità formale, tenta di restituire la complessità del progetto Case Sparse e la ricchezza di visioni e sensibilità delle persone che lo attraversano.


Saul Marcadent