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Elisabetta Falanga


Quel prato è il mio tormento e la mia misura, benché io non sia mai stato un uomo verde




L’artista si è confrontata con la dimensione contemplativa della montagna e dalla sua intrinseca fissità. Disegnando  un nuovo profilo  montuoso collocato in un luogo quasi inaccessibile alla vista, l’opera porta lo spettatore a un cambiamento di prospettiva. Come un corpo malato impossibilitato al movimento e costretto a un unico costante campo d’osservazione, la scultura si staglia nel paesaggio assimilando due ritmi e due grandezze apparentemente inconciliabili: quella umana e quella naturale.  Il vegetare  ci costringe a prendere in considerazione l’immobilità come uno stato di ascesa al tutto.