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Ph. ® Luisa Littarru

Inaugurazione 21 ottobre 2013

O’

via Pastrengo 12, Milano


Case Sparse è un progetto che si compone a più dimensioni, un discorso aperto che per sua natura ha voluto esplorare la forma di un’eterogenea molteplicità. Le opere site-specific realizzate dagli artisti sono un segno tracciato nel territorio per indicare le vie di accesso a esperienze ben più ampie, in continuo divenire: percorsi immaginativi che gli autori invitati hanno trovato, reinventato e reso praticabili. A edizioni concluse, è emerso uno spazio complesso e stratificato, fatto di contenuti immateriali oltre che tangibili; Case Sparse ha sempre proteso verso la possibilità della sorpresa, e nel fare questo ha messo in atto il senso del sociale nel suo significato primordiale più limpido, ovvero al contempo del piacere e della sfida. Ciò che rimane, adesso, è un “qui” che si mantiene eterogeneo, e che rispetta ogni singolo passo del movimento di ciascuno. “Qui” è dove le successioni degli incontri, gli scambi, la condivisione, l’accumulazione degli intrecci e l’intersecarsi delle scelte costruiscono una storia che a sua volta è l’insieme di tante. È un tessuto narrativo che rimane, un’architettura agile e presente, che il luogo ora indossa e che si adatterà al tempo.

Attraverso la lente delle pratiche spaziali, l’idea di spazio é sempre in continua costruzione: piuttosto che una configurazione stabile di posizioni, esso é il risultato delle diverse traiettorie che lo abitano e lo attraversano, con l’effettivo superamento di una contrapposizione tra forze. Seguendo questa coordinata, come curatrice in residenza ho trovato utile comprendere, indagare, inevitabilmente condizionare con la mia stessa presenza, la dinamica che si è creata durante l’edizione a cui ho preso parte. Ho messo in atto singolarmente con ognuna delle artiste una comunicazione che si è svolta su piani e in modalità differenti, per la quale é stato necessario prima occuparmi dello spazio di ascolto collettivo. In questo processo l’aspettativa non ha più avuto valore, i punti di orientamento erano cuciti a mano, la consequenzialità non era un concetto guida e il senso si rivelava una conquista personale, che si diramava di continuo dentro quello degli altri e da questi si faceva attraversare, senza mai perdere il plurale. É proprio qui che ho individuato e compreso la chiave di lettura del lavoro che abbiamo condiviso: accogliere dentro di sé la perdita di sé, farle posto, ascoltare, riflettere, sedimentare e agire, fino a trovare la forma. Per la restituzione pubblica nello spazio espositivo di O’, a Milano, in un contesto completamente differente e lontani dall’esigenza di doversi confrontare con la durata permanente e la modalità site-specific, ho chiesto alle artiste di produrre nuovi interventi, e lavorare a partire dall’aspetto residuale della loro opera. Prendere le distanze dall’oggetto iniziando dalle esigenze dell’oggetto stesso ha rappresentato un modo per coinvolgere l’allontanamento da Malonno nel medesimo processo artistico, rendendo questo distacco parte integrante del lavoro svolto per Case Sparse. Inoltre, riconoscere i limiti formali degli interventi realizzati nel bosco è stato il punto di partenza per spingere il contenuto oltre, con mezzi diversi e per uno scopo preciso: non una mostra, non una documentazione, bensì un’ulteriore possibilità al dispiegarsi dello spazio aperto in residenza.

Monica Carrera si é impegnata in prima persona con la sua opera, in una performance solitaria; l’altalena dell’artista, prima di proporre una riflessione aperta a tutti, é innanzitutto un’esperienza viva e inquietante, che può essere vissuta profondamente soltanto dalla sua autrice. Le immagini fotografiche e il video presentati a Milano hanno un punto di vista soggettivo e mai esaustivo, sono espressione di un’azione svolta dall’artista in un momento di completo abbandono all’opera. Mentre la sua installazione all’ingresso del bosco era già costruita, Francesca Damiano ogni giorno si recava in una delle tante frazioni di Malonno; qui osservava, fotografava le superfici, poi tornava e ritagliava delle porte in quelle inquadrature. Lontani da quei luoghi cosa resta? A pratica iniziata, l’artista ha già varcato il suo ingresso. Ogni immagine stampata in serie, nella forma di cartolina postale, é stata pensata quindi con lo stesso scopo: funge da piccola “porta” per la persona che raccoglie la cartolina, in una concatenazione di aperture che trova posto in un allestimento virale, in contesti privati sconosciuti.
Esther Mathis nel bosco ha creato la possibilità per un momento di avere vita propria. Nello spazio di O’ ha messo in atto lo stesso processo: il suo intervento é stato un’esperienza da vivere, differente perché lontano e altro é il contesto di Milano. Chiamare i visitatori a stendersi in un ambiente chiuso e buio, costellato di puntini luminosi che poco a poco apparivano alla vista, ha voluto essere un invito a seguire il fascino dell’immagine di luce proposta nel bosco e tuttavia difficile da ottenere in quel contesto per via delle dimensioni e delle condizioni ambientali variabili. L’artista ha invitato i visitatori a cercare e volere la soddisfazione delle stelle, sino a farle trovare compimento.
Luisa Littarru é passata nel bosco, ed é passata anche da Milano, lasciando la sua traccia di lana nello spazio espositivo come un’organica presenza in un angolo. Sottile e piccola di dimensioni, la costruzione effimera qui è andata a lavorare sulla scala ridotta, avendo modo in un ambiente interno di interagire più lentamente con il microcosmo invisibile delle polveri.
Alessandra Messali, infine, si é occupata di restituire alla comunità un contributo immateriale capace di aderire al contesto al di là del luogo specifico del suo intervento. La brochure presentata in consultazione da O’, anonima e priva di scopo narrativo, riporta la trascrizione della descrizione di flora, fauna e creature fantastiche che abitano il bosco secondo i racconti popolari della Valle Camonica, e potrà in futuro essere diffusa tra gli abitanti di Malonno e nella biblioteca locale di cui l’artista si é servita per la sua ricerca. Rifiutando lo sfondo moralizzante dei racconti scritti, per cui l’esistenza stessa dei personaggi che abitano i boschi veniva strumentalizzata al fine di controllare la popolazione, l’intento dell’artista é stato liberare queste storie da ogni sovrastruttura, con l’intento di difendere l’emozione della paura instillata dalle leggende sui boschi come stimolo all’immaginazione.


Gaia Martino